La nuova riforma del lavoro in 4 punti

 

Questo è il contenuto della riforma, a oggi.

Vorrebbero la Fornero addirittura... al cimitero!

Va preso con le molle, perché sappiamo quanto può essere modificato – e persino stravolto e ribaltato – nel percorso di approvazione parlamentare.

Il contratto “dominante”
Il centro della riforma, ha detto il ministro Fornero, è il contratto a tempo indeterminato come contratto “prevalente” e “dominante” sugli altri. Oltre i 36 mesi di lavoro ogni contratto a tempo determinato diventa automaticamente a tempo indeterminato. Non sarà più possibile fare stage dopo la laurea, definiti dal ministro Fornero «lavoro non retribuito». L’ingresso dei giovani fino a 29 anni nel mondo del lavoro avverrà con un “contratto di apprendistato”, che diventa “contratto di inserimento” per chi ha più di 29 anni. L’apprendistato non potrà durare più di tre anni e dovrà prevedere un percorso di formazione: in caso di mancata assunzione, le competenze del lavoratore saranno comunque certificate.

Per l’intera durata dei contratti a termine, le aziende pagheranno un 1,4 per cento aggiuntivo di tasse. Queste tasse saranno restituite in caso di assunzione a tempo indeterminato del lavoratore – il “premio di stabilizzazione” – altrimenti andranno a finanziare l’ASPI, altra novità introdotta dalla riforma. Il rischio è che durante i contratti a termine l’aumento delle tasse possa essere pagato dallo stesso lavoratore, come già avvenuto in passato, visto che questo è privo di capacità negoziale sull’importo del suo stipendio.

Attrice consumata, o i frigni sono spontanei?

Che cos’è l’ASPI
L’acronimo sta per Assicurazione Sociale Per l’Impiego ed è tecnicamente un ammortizzatore sociale, uno strumento di sostegno del reddito per chi perde il lavoro. Sostituirà a partire dal 2016 l’indennità di mobilità e di disoccupazione ordinaria e sarà, nella definizione del governo, “universale”: coprirà anche i lavoratori con meno anni di esperienza e quelli che hanno contratti atipici e precari, finora esclusi da qualsiasi ammortizzatore sociale (nonché apprendisti e artisti dipendenti).

I lavoratori con due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane di lavoro negli ultimi due anni potranno avere accesso a un assegno mensile da massimo 1.119,32 euro lordi, che si ridurrà del 15 per cento dopo 6 mesi e di un altro 15 per cento dopo altri 6 mesi. L’erogazione potrà durare fino a un anno per chi ha meno di 55 anni, 18 mesi per chi ha più di 55 anni.

Tutti i lavoratori contribuiranno a finanziare l’ASPI: l’1,4 per cento chi ha un contratto a tempo indeterminato, il 2,8 per cento chi ha un contratto precario (realizzando il meccanismo di incentivi e disincentivi di cui al paragrafo precedente). La sovrattassa sui contratti a termine non sarà applicata ai contratti stagionali, tipici delle aziende commerciali e turistiche. Le piccole imprese continueranno a godere di un regime agevolato, verseranno lo 0,40 per cento e non l’1,4 come le grandi imprese.

L’ASPI entrerà in vigore soltanto nel 2016 e “in regime transitorio” per dare il tempo ai lavoratori anziani oggi in mobilità di arrivare alla pensione, grazie anche ai contributi aziendali. La riforma degli ammortizzatori sociali non tocca la cassa integrazione ordinaria, quella straordinaria viene limitata alle aziende in ristrutturazione. Viene superata invece la cassa integrazione in deroga, introdotta nel 2009 per estendere i sussidi alle piccole imprese escluse dalla cassa integrazione. L’ASPI vorrebbe essere la concretizzazione del cambio di approccio del governo, dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore. Secondo il ministro Fornero l’ASPI arriverà a coprire 12 milioni di lavoratori, dove gli attuali strumenti ne coprono 4.

L’articolo 18
Le norme sui licenziamenti – anche, ma non solo, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – vengono modificate dalla riforma. Il governo ha detto di non avere intenzione di tornare sul tema, che considera “chiuso”. Di fatto esisteranno tre fattispecie diverse di licenziamenti, con tre trattamenti diversi ( i sindacati hanno chiarito che i lavoratori statali, non si capisce bene per quali ragioni, sono esclusi dall’applicazione delle norme):

Dicriminatorio –  si verifica quando un lavoratore viene licenziato per le sue idee politiche o per l’attività svolta dentro o fuori la sede di lavoro. Dicriminatorio anche il icenziamento per religione, razza, lingua o sesso. Il governo prevede, in questo caso, la nullità del licenziamento: a meno che lo stesso lavoratore non opti per un indennizzo. Su questo punto sono d’accordo anche le parti sociali.

Disciplinare – Attualmente, per arrviare a un licenziamento per motivi disciplinari, è necessario che la violazione sia di una certa entità, questo tipo di allontanamento scatta anche quando il lavoratore commetta un illecito penale. Ecco come il governo intende modificare il licenziamento disciplinare: se il giudice accerta la mancanza di una giusta causa, scatta l’applicazione del modello tedesco: se il motivo è inesistente o non è così grave da prevedere un licenziamento, il magistrato può indennizzare il lavoratore illegittimamente licenziato con un numero di mensilità che va tra i 15 e i 27. Su questo punto le posizioni tra le parti sociali si diversificano: le imprese giudicano eccessivi i 27 mesi di indennità: La Cisl e la Uil sono d’accordo con la proposta Fornero, la Cgil è contraria.

Economico – Attualmente, alla base del licenziamento per motivi economici ci dev’essere un giustificato motivo oggettivo inteso come “le esigenze tecniche, produttive, o organizzative” che portano l’impresa alla soppressione di uno o più posti di labvoro. ma comunque entro il limite di quattro. Oltre questa soglia scatta il licenziamento economico collettivo che è regolato da una procedura particolare ed è determinato dalla riduzione dell’attività di impresa o della sola attività di lavora. Per il governo, quando il giudice accerta che il licenziamento di un dipendente è stato stabilito senza giusta causa oggettiva, nel senso di motivi economici legati a ragioni organizzative come l’introduzione di macchinari che necessitano di minori risorse umane, è previsto un solo indennizzo economico compreso tra 15 e 27 mensilità. Contrari gran parte dei sindacati: prevedere un semplice indennizzo e non – com’è previsto oggi – il reintegro in caso il giudice accerti l’assenza di motivi economici. Contraria la Cgil, mentre Cisl e Uil si sono dette d’accordo.

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Tutto il resto
Saranno introdotti “vincoli stringenti ed efficaci”, ha detto il ministro Fornero, per evitare gli abusi sui contratti a progetto e intermittenti. Se i lavoratori a partita IVA avranno prestato servizio per un unico committente per sei mesi, scatterà automaticamente il contratto di lavoro subordinato. Il divieto di far firmare le dimissioni in bianco ai lavoratori viene rafforzato da meccanismi che ne impediscano l’aggiramento (la norma riguarda soprattutto le lavoratrici donne). Le associazioni in partecipazione saranno ammesse solo per i familiari di primo grado. Saranno introdotti in via sperimentale i congedi di paternità obbligatori, dice il ministro Fornero, «per far cambiare la mentalità: la maternità non è un fatto solo di donne».

Un commento da Il Fatto Quotidiano:

Il presidente Napolitano spiega ogni giorno quanto è buona e necessaria la riforma del mercato del lavoro presentata dal governo. Qualche domanda però è lecita. Davvero svuotare l’articolo 18 è necessario per far ripartire la crescita e rassicurare i mercati? Sembra di no: gli economisti non sono riusciti a dimostrare che le imprese italiane restano nane per non superare la soglia dei 15 dipendenti che fa scattare l’articolo 18, gli investitori stranieri sono più spaventati dalla camorra, dalla mafia, dalla burocrazia e dalla politica più che dai giudici del lavoro, l’aumento di produttività dovuto al timore del licenziamento difficilmente compenserà anni di investimenti troppo bassi da parte delle imprese. I mercati non sembrano folgorati: ieri lo spread è salito da 287 a 302 punti. Possiamo almeno dire che è una riforma equa, che toglie ai vecchi per dare ai giovani, distribuendo tra generazioni il peso della crisi? In parte. È vero che finora l’insofferenza delle imprese per la rigidità del mercato del lavoro italiano è stata scaricata sui precari. E la riforma del governo Monti, va sottolineato, introduce novità rilevanti a difesa dei lavoratori più fragili: basta con le false partite Iva, contratti precari più costosi per le aziende, spinge verso il canale dell’apprendistato che dovrebbe evitare l’eterna reiterazione dei contrattini a progetto.

Però c’è il contesto: la riforma delle pensioni condanna le imprese a tenere i lavoratori anziani, demotivati e poco produttivi, fino a 67 anni. Facilitando i licenziamenti economici si fornisce l’incentivo a liberarsene per sostituirli con altri, più giovani e più economici. I cinquantenni di oggi rischiano quindi di trovarsi senza lavoro, senza pensione e con pochi ammortizzatori sociali, “esodati”, come quelli (oltre 200 mila) travolti dalla riforma Fornero per aiutare i quali il governo non riesce a trovare le risorse. D’accordo, i cinquantenni di oggi hanno avuto una vita più facile di quella dei loro figli. Ma sostituire un’emergenza sociale con un’altra non sarebbe un gran risultato.

Da:

  1. www.ilpost.it
  2. Stefano Feltri
  3. www.liberoquotidiano.it
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Un commento su “La nuova riforma del lavoro in 4 punti

  1. Pingback: Vostri pensieri osceni: senza Art.18, saranno finalmente i giovani a occuparsi dei genitori! | pensieriosceni

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